Luisa nasce a Parigi il 12 agosto 1591, da Luigi de Marillac, Signore di Ferrières, imparentato con la migliore nobiltà di Francia e da madre ignota, probabilmente una domestica. Luigi de Marillac riconosce la figlia ma non può tenerla in casa, sia per i continui spostamenti cui è soggetto come ufficiale dell’esercito, sia perché, dopo qual­che tempo, convolerà a seconde nozze con la vedova Antonietta Camus.

Per Luisa, bambina di tre anni, siamo infatti nel 1594, esclusa per legge dall’albero genealogico della famiglia, si prospetta la possibilità di entrare nel più aristocratico convitto di Francia e cioè nel real Monastero di Poissy, sorto accanto alla Chiesa di Notre Dame, dove le religiose domenicane ospitavano alcune nobili fanciulle destinate a vivere nell’alta società.

In questo Monastero, dove viveva anche una sua prozia, donna nobile e colta, Luisa riceve un’educazione raffinata, sia sul piano spirituale che su quello umanistico. Si prepara per ricevere la prima comunione, viene iniziata alla pietà, allo studio delle lettere e del latino, all’arte e alla poesia. Da Poissy viene trasferita in una pensione di Parigi gestita da una damigella semplice ed umile (probabil­mente sua madre). Qui Luisa, ormai lontana dall’atmosfera raffinata e colta di Poissy, apprende, insieme ad altre ragazze, il ricamo, il cucito e la concretezza della vita.

A guidare i suoi giovani anni sarà lo Zio Michele, giureconsulto di gran valore. Sarà lui a prospettarle, dopo il grande rifiuto da parte del Cappuccino, la via del matrimonio. La scelta cadde su Antonio Le Gras, non nobile, (perciò Luisa non potrà avere il titolo di “madama”, ma solo quello di “madamigella”), di buona famiglia, scudiero e segretario della Reggente Maria dei Medici, e una solida posizione economica.

È il 5 febbraio del 1613, quando le campane della Chiesa di San Gervasio in Parigi, suonano a festa per il matrimonio di Antonio e Luisa. Anche se questo matrimonio si annunciava felice, e forse lo fu per un certo periodo, soprattutto durante mesi della sua gravidanza e della nascita dell’unico figlio Michele, Luisa si sente come debitrice nei confronti di Dio, per cui si impone di santificare il matrimonio con una vita di sacrifici: cilicio, preghiere, digiuni e opere di carità.

La sua vita era tutto un dovere: doveri di cristiana, doveri di sposa, doveri di madre, mortificando così tutte le gioie naturali e soprannaturali. Erano trascorsi appena sette anni dal suo matrimonio quando il marito si ammala e di questa malattia si sente responsabile e colpevole. La percepisce come una puni­zione di Dio per non essersi consacrata totalmente a Lui.

Luisa, nonostante sia caduta in una grave crisi di fede e in una depressione profonda, non trascura il bisogno quotidiano di recarsi regolarmente a pregare nella Chiesa di Saint Nicolas des Champs, vicino a casa sua. E il Signore non tarda a farsi sentire. Il 4 giugno 1623, giorno di Pentecoste, mentre è in ginocchio davanti a Dio, e mentre gli grida tutta la sua angoscia e il suo dolore, improvvisamente una Luce inonda il suo cuore. Avverte una nuova capacità di leggere gli avvenimenti e il passaggio di Dio nella sua vita. Uscirà da quella Chiesa di Parigi placata, trasformata, finalmente in pace. Con grande serenità riprende il suo posto accanto al figlio e al marito infermo. Da tenera sposa si trasforma in infermiera premurosa e attenta fino alla crisi finale. Anche di fronte alla tormentata vita del suo giovane figlio, Luisa si sente più forte come madre e come edu­catrice. Lo affida alle cure dei Padri gesuiti prospettandogli la via del sacerdozio: un sogno che non si realizzerà mai. Michelino non ha vocazione e a25 anni lascerà la teologia per l’avvocatura. Nella sua vita, Luisa ha avuto sempre punti di rife­rimento, persone cui affidarsi e da cui lasciarsi guidare: San Francesco di Sales, Vescovo di Ginevra, Monsignor Camus Vescovo di Belly, ma la persona che le cambierà la vita, perché determinante e incisiva, sarà San Vincenzo de’ Paoli, conosciuto in Francia come un prete dinamico e inventivo: a Parigi e nei villaggi che circondano la capitale ha organizzato le “Confraternite della Carità”, o semplicemente “la Carità”. Dopo alcune esitazioni, incomprensioni e diffidenza reciproca, Luisa e Vincenzo scoprono di avere meravi­gliose risorse spirituali. Dio legherà all’incontro di queste due anime la straor­dinaria storia della Carità. Vincenzo si mette all’opera, trattandola ora con infinita dolcezza, ora con forte determinazione ma sempre con grande saggezza. Il suo intento è di condurla gradatamente a liberarsi da tante forme di devozionismo penitente e ad abban­donarsi fiduciosa alla Provvidenza di Dio. Luisa accoglie docilmente i consigli, i suggerimenti e la guida di Vincenzo e proprio in un ritiro spirituale programmato sotto la sua guida, mentre è in preghiera, si sente ispirata a fare qualcosa per sé e per gli altri, a dare una svolta alla sua vita, anzi a dare un senso alla sua vita.

Da quel momento Vincenzo pensa di affidarle la dire­zione e l’organizzazione delle Confraternite della carità. È vero che ella ha una salute delicatissima, ma ha anche una volontà e un coraggio straordinari, una pru­denza non comune e soprattutto l’intelligenza del povero perché ne possiede il vero amore.

La prima Confraternita della Carità era stata fondata a Chatillon-les-Dombes nel 1617, da parte di un gruppo di signore volontarie con lo scopo di dedicarsi al sollievo corporale e spirituale dei poveri ammalati a domicilio. Le Confraternite della Carità, erano ormai disseminate per tutta la Francia ed era importante visitarle, incorag­giarle, riorganizzarle, motivarle e anche erigerle lì dove si riteneva necessario.

Luisa accoglie l’invito di San Vincenzo come un dono di Dio e con grande umiltà e gioia, sfidando le intemperie e i disagi dei lunghi viaggi, inizia l’avventura della carità. Un lavoro nuovo, diverso dal solito ma anche ricco di soddisfazioni per la sua anima, tanto che, nonostante la sua vita sia ricca di apostolato e altre attività, Luisa non trascura la sua vita interiore alimentandola con la pre­ghiera e la contemplazione.

La sua giornata è un prolungamento della Celebra­zione Eucaristica. La Messa ascoltata la mattina, è vissuta da Luisa durante tutta la giornata in unione con il sacri­ficio di Cristo. Le difficoltà non tardano ad arrivare. Dopo il primo fervore ed entusiasmo delle Dame di servire i poveri, per quanto volenterose, non sempre si recano personalmente al capezzale degli ammalati, impedite come sono dai loro doveri familiari e sociali, facendosi sostituire dalle loro domestiche.

Ma si può forse affidare a mani mercenarie l’alto onore di servire Gesù Cristo nelle sue membra sofferenti? In questo modo veniva meno lo scopo principale per cui erano state istituite le “Carità”. San Vincenzo aveva desiderato che le Dame portassero personalmente i soccorsi ai poveri così potevano rendersi conto della loro povertà, dei loro bisogni, dello stato morale in cui si trovavano; dire loro una parola di con­forto, incoraggiarli con dolcezza ad uscire dal loro stato di abbandono, aiutarli a risolvere i loro problemi ed esortarli a compiere i loro doveri di cristiani e di cittadini.

Le Dame stesse se ne resero conto ma più di loro se ne rese conto Luisa che guardava i poveri con gli oc­chi del cuore. Altre soluzioni al problema non erano né evidenti né chiare. Bisognava aspettare l’ora della Prov­videnza. Evangelizzando i poveri della campagna, Vincenzo aveva spesso incontrato buone giovani, semplici e mode­ste, abituate ai duri lavori della campagna e della povertà.

La prima si chiamava Margherita Naseau, una pasto­rella del villaggio di Suresnes. Dopo di lei altre giovani sentiranno parlare della “Carità a Parigi” e chiederanno di mettere a disposizione il loro tempo e la loro vita a servizio dei poveri. Ma dedicare tutta la vita a servire i poveri senza conoscere fino in fondo la motivazione e senza alimentare lo spirito dello stesso servizio, non era l’ispirazione pri­mordiale di Vincenzo: “Tutte possono dare un po’ di mine­stra…”, dirà in seguito, per questo sente da subito, l’obbligo e il dovere urgente di fare qualcosa per queste giovani.

Occuparsi di queste giovani significava riunirle, edu­carle, formarle ad una vita spirituale seria e profonda, guidarle nella vita comune, prepararle, in altre parole, a divenire vere Serve dei Poveri. Chi più di Luisa, può assolvere tale compito? Ella possiede intelligenza e cuore, pietà e indulgenza, tenace e pazienza. Le chiama, le raduna, le istruisce, le incoraggia, le corregge. Fa capire loro come attraverso il povero si serve Cristo, anzi, fa capire loro come servendo il povero si serve Cristo stesso perché il povero e Cristo sono la stessa realtà, e le conduce piano, piano a quel servizio umile, cordiale, compassionevole, pieno di rispetto e di devo­zione che caratterizzerà, nel tempo, le vere Figlie della Carità. È il 29 novembre 1633. Nella piccola casa di Rue des Fossés-Saint-Victor, a Parigi, Luisa prega insieme alle sue prime figlie. Ella prega e ricorda la Pentecoste del 1623. Ora comprende la visione, la vede illuminarsi davanti ai suoi occhi, anzi la vede concretizzarsi: quelle giovani che “vanno e vengono” stanno davanti a lei, sono lì, raccolte in preghiera.

Il Signore guarda compiaciuto quel piccolo nucleo di ragazze semplici, dal cuore colmo di amore e segna in quel giorno la data di fondazione della piccola Compa­gnia delle Figlie della Carità. Luisa sente di aver trovato la sua strada, comprende che quest’opera sarà tutta la sua vita e allora il 25 marzo 1634 fa voto irrevocabile a Dio di consacrarsi totalmente a tale missione.

Ora il suo cuore è tutto di Dio e tutto dei poveri, la sua vita è tutta orazione e tutta azione. Ma anche la vita delle sue Figlie sarà all’insegna di questa totale donazione a Dio e ai poveri. All’inizio è l’assistenza ai poveri e ai malati nelle loro case che caratterizza il loro servizio: vanno, portando sulle spalle la storica gerla, la marmitta della minestra, i medi­cinali da distribuire.

Si apriranno, in seguito le prime scuole dove insieme al calcolo e alla lettura, i bambini imparano a conoscere e ad amare Dio. Le Figlie della Carità entreranno negli ospedali, nelle galere, sui campi di battaglia, nei ricoveri e ovunque c’è una miseria. Intanto per le vie di Parigi, negli angoli delle strade, dietro le porte delle Chiese e dei Conventi vengono depo­sitati e abbandonati, avvolti in pochi panni, bambini appena nati. Il campo di azione per le Figlie della Carità si allarga giorno per giorno e le generose figlie di Luisa non si arrestano davanti ai sacrifici, sanno per certo che il Povero è Cristo. Ancora oggi, come all’inizio, ovunque c’è un povero, un malato, un emarginato, uno sfiduciato, lì la Figlia della Carità è presente traducendo in tutte le lingue il lin­guaggio della Carità.

Luisa, ormai vicina alla fine, sente il bisogno di dover affidare questa piccola opera a colei che tanto ha amato e pregato in vita: Maria Immacolata. A Lei consacra la Compagnia nascente e la elegge come sua “Unica Madre”. Luisa ha professato apertamente la sua fede nell’Im-macolata Concezione, quando ancora non era verità defi­nita dalla Chiesa, e l’ha inculcata nell’animo delle sue figlie che la tramanderanno di generazione in generazione.

A confermare tutto questo, sarà la stessa Madonna che nel 1830, apparendo a Santa Caterina Labouré, Figlia della Carità, dirà: “La Comunità io l’amo”. Siamo nel 1660: Luisa de Marillac ha 69 anni. La sua salute ormai è delicatissima e le sofferenze aumentano ogni giorno di più fino a stremarla: i suoi ultimi pensieri e le sue ultime parole saranno per le sue figlie e i poveri.

È il 15 marzo 1660. Nella stanza piccola e disadorna, tra un agitarsi di cornette bianche, nella commozione di quanti l’hanno conosciuta e amata, Luisa muore nella pace del Signore della Carità, che non ha mai cessato di amare e servire per andarlo a incontrare in Paradiso. Dopo diversi traslochi, la sua salma riposa oggi su uno degli altari a lei dedicato, nella Cappella della Casa Madre delle Figlie della Carità a Parigi in Rue du Bac 140.

L’alba del 9 maggio 1920 il volto di Luisa de Marillac si illumina di una luce particolare: è il riflesso della santità di Dio, mentre il Papa Benedetto XV, circondato da tutta la chiesa in festa, esalta le sue virtù eroiche e la dichiara “Beata”. Pio XI, l’11 marzo 1934, acclamato da una moltitudine di Figlie della Carità venute da ogni angolo della terra, la proclama “Santa”.

Il granello di senape si è prodigiosamente sviluppato, il pizzico di lievito evangelico è meravigliosamente cre­sciuto. Le Figlie della Carità, quelle che ancora oggi “vanno e vengono” sono ovunque c’è un uomo che soffre, una miseria da soccorrere, una lacrima da asciugare, una solitudine da colmare, un cuore da consolare.

Il 21 aprile 1954, sono trascorsi dieci anni dal giorno della Canonizzazione di Luisa de Marillac, nella Basilica Vaticana le Figlie della Carità si ritrovano per assistere alla posa della statua della loro “Santa Madre” nella nic­chia, la quarantesima e l’ultima, destinata ai fondatori. Di lì, ella continua a guardare le sue Figlie e ad inculcare nel loro cuore l’amore del povero, l’intelligenza del servizio umile e disinteressato, la capacità di com­prendere i bisogni più nascosti, lo zelo per la promozione del povero.

Il moltiplicarsi di Congregazioni religiose di vita attiva, di gruppi, movimenti e associazioni impegnati nel sociale che si ispirano alla dottrina di Santa Luisa, ha fatto sì che Sua Santità Giovanni XXIII, il 10 febbraio 1960, la dichiarasse “Patrona” celeste di quanti sono impegnati nelle opere sociali cristiane, tra l’esultanza del mondo della Carità e di tutta la Famiglia Vincenziana.